Edmondo De Amicis
Huberman was interviewed by the Italian writer Edmondo De Amicis in Torino, who wrote about Huberman's visit in an article, that appeared on 28 August 1904 in 'Illustrazione Italiana' and was later included and published in 'Ultime Pagine', a collection of biographical writings of de Amicis.
You can read it in either the original Italian or an English translation.
Il violinista Bronislaw Hubermann
Dopo anni che non andavo più al teatro, andai una sera al Carignano
a sentire il celebre violinista polacco Bronislaw Hubermann, di ventidue
anni, che deliziava per la decima volta il pubblico torinese, innamorato
di lui; e fui commosso profondamente dalla sua musical, che mi disse mille
cose dolci, le quali io non credo più, ma amo ancora; che mi ricordò
speranze e beni perduti e voci care di persone morte, e mi fece vedere in
un lontano orizzonte bianco una fuga dimmagini belle e dolorose che
mi mandavano lultimo addio. E la notte sentii ancora confusamente
quelle armonie in uno di quei sogni soavi e tristi, dai quali ci svegliamo
con lanimo pieno di rimpianti e di pietà per noi stessi.
La mattina dopo mi fu portata una carta di visita, dovera scritto:
Bronislaw Hubermann.
Corsi incontro al visitatore inaspettato, e la sorpresa mi tenne un momento
senza parola, in atta interrogativo, davanti a quel giovane imberbe, dai
capelli lunghi e dal viso pallido, che subito non riconobbi; tanto appariva
mutato dal buon sorriso che gli brillava negli occhi chiarissimi; poiché
la sera innanzi non lavevo mai visto sorridere, neppure quando ringraziava
il pubblico dopo la tempesta dapplausi che seguiva ogni sua suonata.
Egli prevenne la mia domanda. Lo conduceva da me un ricordo della fanciullezza.
E maccennò la traduzione dun mio libro, traduzione che
mè particolarmente cara, perchè porta il nome duna
sorella del grande pittore polacco, Siedmirasky. Quel libro tradotto era
stato una delle sue prime letture di fanciullo, e gli aveva lasciato nel
cuore una impressione grata. Di questo veniva a ringraziarmi.
Lo ringraziai, dicendogli che quellimpressione non poteva essere che
poca cosa a confronto con la commozione dolcissima che maveva dato
lui la sera avanti; e soggiunsi che, poi chera stato così gentile
da venire a casa mia, volevo conoscerlo bene, che mi parlasse di sè,
della sua famiglia e della sua arte, che mi dicesse da quali principii e
per che via fosse arrivato, ancor così giovine, a quellaltezza
ammirabile, dove pochissimi gli stavano accanto.
E subito egli cominciò, parlando un po a stento, in uno strano
francese, nel quale si studiava di tradurre i traslati immaginosi e le forme
proprie della sua bella lingua nativa; per modo che, sebbene stentato e
spesso interrotto, il suo linguaggio manifestava chiaramente lingenuità
giovanile dellanimo, e rendeva tutto quanto il calore del suo sentimento.
Ho ventidue anni, disse. Son nato a Varsavia. Mio
padre era un modesto avvocato che guadagnava appena il necessario per campar
la famiglia. Aveva passione per la musica. Suonò qualche tempo il
violino; poi smise, perchè non ci riusciva. Ma lo confortava una
speranza, che era unidea fissa in lui: che qualcuno desuoi figliuoli
riuscisse un musicista. Pare che la sorte sia toccata a me, primo di tre
fratelli. Sin da bambine diedi segno duna certa facilità di
ritenere a memoria la musica. Il primo regalo che desiderai per il mio giorno
onomastico fu una fisarmonica. Una sera, in un concerto di famiglia, un
violinista, osservando la mia mano, disse: Questo ragazzo ha la mano
fatta per il violino. La mia mano, infatti, aveva unestensione
straordinaria per un ragazzo delletà mia. Allora mi fu comprato
un violino e dato un maestro. Avevo sei anni. A sette, sonai per la prima
volta in un concerto a benefizio di poveri. Avevo fatto in un anno molto
cammino; ma non avrei potuto andare innanzi dello stesso passo perché
a Varsavia non cerano grandi maestri. Allora gli amici consigliarono
a mio padre di mandarmi a Berlino, dal grande violinista Joachim. Sta bene.
Ma come fare? Mancavano i mezzi. Mio padre titubava. Fu la mamma, di natura
appassionata, non intendente di musica, ma dotata dun sentimento musicale
vivissimo, che gli diede la spinta. Per un anno si fecero in casa grandi
risparmi, vivendo tutti a stecchetto; poi si vendè una parte dei
mobili. Ricordo che la vendita fruttò quattrocento rubli: sentivo
spesso rammentare quei quattrocento rubli, alla nostra povera tavola. Finalmente,
si partì per Berlino. Era un passo temerario perché, rimanendo
più dun anno fuor di patria, mio padre avrebbe perduto il suo
posto davvocato, e sio non riuscivo, eravamo ridotti sul lastrico.
Si giocava lavvenire della famiglia sul mio povero violino.
Voi lo capivate? domandai.
No, non navevo coscienza, per fortuna. A me pareva di viaggiare
verso il mondo dei sogni. Anche mio padre e mia madre erano pieni di belle
speranze. Ma, appena arrivati a Berlino, sintoppò una difficoltà
grave. Bisognava che mi sentisse Joachim. Ma Joachim, seccato degli enfants
prodiges, che in quel tempo pullulavano, non ne voleva più sentire
a nessun conto. Mio padre, per farsi ricevere, ricorse a un sotterfugio:
chiese unudienza in qualità davvocato, senzaccennare
lo scopo della sua visita. Il maestro, credendo chegli volesse parlargli
di qualche affare giudiziario, lo ricevette
.
Qui sarrestò un momento, tentennando il capo, con uno di quei
sorrisi che esprimono un ricordo comico e commovente ad un tempo.
Mio padre entrò, e io dietro di lui, facendomi piccino.
Il maestro lo accolse con cortesia; ma appena vide me, col violino sotto
il braccio, come sbucato dal pavimento, saltò su incollerito: «
Encore un enfant prodige! Ah, non! Ah, non! » Nho fin sopra
gli occhi, non ne voglio più sapere, andatevene via, andatevene via!
Fu un momento terribile. Mio padre insistette, pregò: era
venuto apposta da Varsavia, con tutta la famiglia, facendo un gran sacrificio;
da un giudizio del maestro dipendeva la sorte di tutti; il rifiuto di lui
sarebbe stato la sua rovina; e tante altre cose, dette col calore e con
laccento che si può immaginare. Il maestro cedette, di mala
voglia, e mi disse bruscamente: Suona. Io incominciai a suonare:
un notturno dello Chopin. Ai primi colpi darchetto, egli spianò
un poco la fronte; poi si mostrò più attento; poi, a poco
a poco, fece un viso benevolo e diede qualche segno di commozione. Quandebbi
finito, si lanciò verso di me, mi abbracciò, mi baciò
sulla fronte e disse a mio padre (bisogna bene che io ripeta le sue parole):
Non ho mai sentito un ragazzo più promettente. Sarà
uno dei miei più cari allievi. Vi ringrazio davermelo portato.
Furono per mio padre come le parole dun dio.
Il maestro scrisse subito un attestato, in grazia del quale il piccolo Huberman
potè dare una serie di concerti nelle città balnearie della
Germania, e guadagnar così la vita alla sua famiglia durante lestate,
prima di ritornare a Berlino a incominciare i suoi studi. In una di quelle
città lo sentirono due celebri attori drammatici tedeschi e lillustre
ritrattista austriaco Angeli, che lo presero in simpatia, e indussero suo
padre a condurlo a Vienna, dove, grazie a loro, egli fu inteso dallImperatore;
il quale lo colmò di lodi e gli regalò un violino. Era il
1892, la stagione in cui riportò a Vienna il suo primo grande successo
il Ma scagni, e il violinista di dieci anni vebbe il battesimo della
celebrità, insieme col maestro italiano. Poi ritornò a Berlino,
e là incominciò alla scuola di Joachim la sua vera e propria
educazione musicale, di carattere classico. Ma non vi restò che sei
mesi; ciò che fu un bene per lui, a suo giudizio, poiché bastò
quel tempo a « domare lesuberanza del suo temperamento slavo
» senza fargli perdere loriginalità naturale, che avrebbe
forse perduta come altri, compiendo in quella scuola il corso regolare degli
studi, che è di due anni. E riprese il corso dei suoi concerti, «
perché bisognava mangiare tutti i giorni ».
Feci un giro nellOlanda e nel Belgio, che fu fortunato. Il pubblico fu il mio miglior maestro. Per tutto dove passavo, non di meno, prendevo lezioni dai maestri più reputati, e a questa doppia scuola, continuamente cangiante, dei maestri e del pubblico, credo di dovere i miei profitti migliori. Mio padre e mia madre viaggiavano con me. Andammo a Parigi. A Parigi, oltre il buon successo dei concerti, ebbi una grande fortuna. Un gran signore polacco, il conte Zamoyski, ricco, solo, amante della musica, e afflitto da una profonda malinconia per la perdita duna figliuola unica, mi prese a benvolere, per il conforto che diceva di sentire a udirmi sonare, e diventò il mio mecenate, la mia guida, un mio secondo padre, a cui sarò legato dalla più affettuosa gratitudine fin che avrò vita. Egli persuase i miei a condurmi a Londra. Vandammo. Ma fu un disinganno. È così difficile richiamar lattenzione pubblica in quella città enorme! Diedi quattro concerti; ma con poco frutto. Ci perdemmo danimo tutti. Il conte ebbe una buona idea. Conosceva Adelina Patti, che allora era a Londra; le parlò di me; essa mi volle sentire. Andammo a casa sua. Non dimenticherò mai quella visita. Ci ricevette come una regina, circondata da un gran corteo di signori e di signore, che davano veramente un aspetto regale alla sala splendida, dove non mancava che un trono. Suonai con un po di trepidazione da principio; poi un po meglio del solito, mi parve. La signora Adelina si mostrò fuor di modo commossa, mi strinse fra le braccia, mi prese quasi sulle sue ginocchia, mi chiamò: Angelo, e con le lacrime agli occhi, me ne ricordo bene, promise a mio padre di chiamarmi con sè nel giro di concerti che avrebbe fatto di lì a poco in Austria e in Germania. Sarebbe stata una gran fortuna; era intanto una grande gioia. Ma bisognava aspettar qualche mese. E ritornammo a Berlino.
A questo punto passò sul viso del giovane unombra di tristezza.
A Berlino, riprese, fu peggio che a Londra. Il pubblico
era ristucco di violinisti. Ebbi un buon successo dapplausi, ma non
di danari; e di danari saveva gran bisogno perchè costavano
un occhio i viaggi, i concertisti accompagnatori, la vita dalbergo.
Oltrechè la mia salute si cominciava a risentire delle fatiche, le
quali si facevano più gravi per me, non robusto di natura, via via
che, formandosi lanimo mio, venivo mettendo nellesercizio dellarte
una maggior forza di sentimento. Io non me naccorgevo, perchè
a quelletà, in quel continuo mutar di luoghi e di cose e succedersi
di gente nuova e di commozioni, vivevo quasi come un sonnambulo; ma se naccorgeva
la mia povera mamma, che dopo ogni concerto, vedendomi pallido e disfatto,
passava la notte senza dormire, e si disperava e piangeva, e ripeteva ogni
momento di voler casser le violon e ricondurmi a Varsavia. Per rimovere
il pericolo chella spezzasse il violino, il conte Zamoyski mi regalò
in quei giorni uno stradivario, del valore di ventimila lire, che è
quello chio suono ancora. Ma questo non mutò le nostre condizioni.
Le incertezze, gli affanni rovinarono la salute anche a mio padre, che contrasse
in quel tempo una lenta malattia, di cui morì pochi anni dopo. Fu
quello il periodo più triste della mia vita artistica. Si pensò
di chiedere aiuto ad Adelina Patti, rammentandole la sua promessa; mio padre
le scrisse; ma essa rispose che era già impegnata con altri artisti.
Si ricorse allora direttamente allorganizzatore del suo viaggio di
concerti, che era a Vienna, dove la grande artista doveva cantare; ed egli
accettò da prima il mio concorso, ma disdisse poi laccettazione,
ripetendo il ritornello solito, che di enfants prodiges no si voleva più
saperne. Disperati, andammo a Vienna non ostante il suo rifiuto; si ripeterono
le istanze, si ricorse a raccomandazioni, si disse e si fece tanto, che
fui finalmente accettato. E là cominciò veramente la mia fortuna.
Aveva allora dodici anni. Per prima cosa da sonare al concerto scelse
un pezzo conosciutissimo: la prima parte del concerto del Mendelssohn. La
scelta di quella musica semplice, che tutti sapevano a memoria, parve un
atto daudacia. Il pubblico, che non si ricordava più daverlo
applaudito due anni innanzi, era mal disposto. Quando egli comparve sul
palcoscenico, coi calzoncini corti, così piccolo e mingherlino, con
un visetto di malato, destò quasi un senso di compassione, che si
manifestò in un lungo mormorio, del quale egli stesso compresse il
significato. Ma il successo fu grande, clamoroso, superiore a ogni speranza
sua e dei suoi parenti. E andò sempre crescendo nei dodici concerti
successivi chegli diede poi da sè solo. Era la voga, era la
fortuna, era lavvenire assicurato. Sua madre parve impazzire dalla
gioia. Ebbene, le diceva il conte Zamoyski, vorrete
ancora casser le violon adesso? Linsigne critico musicale Hanslich
scrisse: Abbiamo dato laddio a un astro che tramonta (la Patti)
e salutato un astro che sorge. Al piccolo Bronislaw piovvero offerte
per concerti da tutte le parti dEuropa. E il povero padre andava ripetendo:
Ora posso morire con lanima in pace.
Qui interruppe il racconto per dirmi con molta semplicità:
Avete voluto che vi raccontassi la mia vita. Sono stato costretto a vantarmi
un poco. Me lo perdonate? Che cosa volete! I buoni successi che ebbi da
ragazzo mi sono ancora i più cari, perchè mi pare che fossero
più meritati dei presenti. E mi paiono già tanto lontani Ho
tanto girate il mondo, veduto tanta gente, provato tante commozioni, che
alle volte, rivolgendo il pensiero al passato, ho lillusione di vivere
da cinquantanni!
Riprese il racconto. Dopo il successo di Vienna, fece un giro nellAustria
e nella Rumenia. La regina di Rumenia gli fece grandi accoglienze, gli dedicò
una poesia, e lo fece posare più volte per latteggiamento dun
angelo suonator di violino, che dipinse in miniatura in una Bibbia.
Mi posso vantare disse sorridendo davere un ritratto
con le ali. Andò poi agli Stati Uniti, dove, a corion della
legge che proibisce lo sfruttamento dei fanciulli, fu sottoposto a una visita
medica e a mille altre noie, prima dottenere il permesso di presentarsi
al pubblico; ed ebbe poi una singolare fortuna a Boston, sonandovi quattordici
domeniche consecutive, con un uditorio enorme. E anche maggior fortuna ebbe
nel viaggio in Russia, e in special modo a Riga, abitata da una numerosa
e colta colonia tedesca, intendentissima darte; nella quale egli può
dire daver toccato il sommo trionfo della sua fanciullezza. Ma la
parola trionfo non è sua.
Avevo allora quindici anni, disse. Era necessario che
mi raccogliessi per qualche anno, per compiere la mia educazione artistica
e intellettuale, studiando composizione, letteratura, gli elementi di qualche
scienza. E così feci. Per quattro anni non diedi più concerti.
Ma uno solo dei quattro potei dedicare allo studio, perchè mammalai
dappendicite, gravemente, rimanendo lungo tempo in pericolo di vita.
E la guarigione mi fu ritardata dal sovreccitamento, dalla febbre che mi
mettevano addosso i successi artistici degli altri. Sentir sonare il violino
era un martirio per me. Quanto mi fu tormentoso quel lungo riposo forzato
Che anni eterni furono per me quegli anni dimpotenza, dambizione
soffocata, di ardenti e vani desideri! E quanto furono dolorosi anche per
mio padre e mia madre, che vi vedevano soffrire e disperare!
A diciannove anni ricominciò a vivere. Ritornò a Vienna,
dovebbe anche più festose accoglienze che settanni addietro;
rifece un giro per la Germania, fu da capo a Parigi, dove pure ottenne fortuna
maggiore della sua aspettazione; venne per la prima volta in Italia, ed
ebbe la gloria, a Genova, di suonar col violino del Paganini, che il Municipio
fece toglier per lui dalla vetrina suggellata del museo civico; poi fece
un altro viaggio per lEuropa centrale, e finalmente di nuovo in Italia,
donde mi disse che sarebbe andato a Parigi a raggiunger sua madre, e poi
in Inghilterra, per rimanerci tutto lanno, con lo scopo dimparar
bene la lingua inglese. Dopo Genova, la città italiana di cui serberà
più caro ricordo è Torino. E qui, infatti, egli suscitò
un entusiasmo, che nella memoria della cittadinanza ha pochi riscontri.
Per un mese, a Torino, regnò. Voi avete la gloria,
gli dissi, caro Hubermann. Ma la salute?
Dio buono, rispose con un sorriso. La salute mi lascia
a desiderare altrettanto che la gloria. Ma la colpa è tutta del violino,
ve lassicuro. Diversamente da moltaltri, che sono agitati prima
di presentarsi al pubblico, e si quietano appena gli si trovano dinanzi,
io son tranquillo prima, fino allultimo momento, ed entro in agitazione
quando comincio a suonare. Non si direbbe, non è vero? Pare a tutti
chio sia impassibile, perché non mi movo, sonando, se non quanto
è necessario; ma questa immobilità relativa è effetto
dun grande sforzo, e lo sforzo chio faccio per comprimere la
commozione si ripercuote sul mio stomaco, e lo rifinisce. Tutto il mio male
è passione rattenuta. Ma è giusto che io sconti in qualche
modo le gioie inesprimibili che mi dà larte mia.
Ebbene, gli dissi, io lavevo indovinato. La
vostra compostezza non mingannò. Vi osservai a lungo col cannocchiale,
mentre sonavate. Vidi che i vostri occhi lampeggiavano, che sinumidivano
spesso, e che correvano dei fremiti per i muscoli del vostro viso impallidito.
Qualche volta, stringendo il violino, pare che voi stringiate una cosa viva
e adorata, che vinebbrii e vi tormenti; e nello staccarlo dalla spalla
fate un atto come di chi respinga un vampiro che gli beva il sangue; e poi
lo rimettete al petto e lo riabbracciate con amore più appassionato,
e gli premete su il mento con la tenerezza duna madre che prema il
viso sul vis della sua creatura. Ah, non mingannai. Compresi, sentii
bene che vi sgorgavano dal più profondo dellanima i lamenti,
i gemiti damore, i sospiri soavissimi di gioia e di tristezza, le
note dusignuolo e le voci dangelo che spandevate nel teatro,
e che dei vostri due mila uditori facevano unanima sola; unanima
che palpitava con voi, e che vi amava.
A queste parole, egli rispose con un sorriso amabile, e un po stupito,
che mi fece balenare alla mente il viso dellHubermann fanciullo, quando,
nei suoi primi concerti, si meravigliava degli applausi tuonanti del pubblico,
e non ne godeva che pensando alla gioia che navrebbe avuta sua madre.
Accomiatandosi, mi promise che sarebbe ritornato presto a Torino, e mi
porse con atto vivace le sue mani lunghe, sottili, bianche, le cui dita
par che si protendano smisuratamente e guizzino come serpentelli lungo le
corde; e io tenni qualche momento fra le mie quelle mani meravigliose, che
trassero dal violino torrenti di armonie incantevoli, e fecero e faranno
ancora palpitare e piangere milioni di cuori in ogni parte del mondo.
« Soufenez-fous de moi » mi disse dolcemente,
lasciandomi.
Raccomandazione superflua, poichè la sua immagine rimarrà
legata in me al ricordo duna delle più dolci commozioni che
abbia date al mio cuore lo strumento più umanamente parlante della
più divina delle arti.
